Il Procuratore camminava lento, curiosando tra le
bancarelle, attratto da libri in mostra disordinata che, proprio per questo,
attivano in un uomo di fine cultura il gusto della ricerca. Le ferie, per lui
prossime, richiedevano una provvista robusta di letture per allentare la
stanchezza e le tensioni di un lavoro appassionante, ma anche duro e rischioso.
Si era avviato un processo di rinnovamento, attivato negli anni ’70 dal Partito
Comunista ormai de-sovietizzato e dalla Democrazia Cristiana per portare l’Italia
all’approdo di una democrazia compiuta. In questo contesto un’aria pulita
cominciava a soffiare sul Paese generando nuovi fermenti che agitavano in
positivo le acque torbide nella triste palude che era divenuta
Palermo. Uomini coraggiosi come il Procuratore cultore di stand librari erano
accorsi in difesa delle istituzioni da troppo tempo in mano a uomini assuefatti
a una vita di pigra accondiscendenza o di complicità in torbidi connubi malavitosi.
Tra questi solerti servitori dello Stato, Gaetano Costa (è di lui
che stiamo parlando), partigiano in gioventù contro la dittatura fascista, si
trasferì dalla sua Caltanissetta al palazzo di giustizia di Palermo per
ricoprire il ruolo di procuratore capo e per intraprendere una nuova e
non meno rischiosa resistenza.
A Palermo lo Stato sembrava volesse risvegliarsi da un
lungo torpore istituzionale e aveva piazzato in ruoli chiave della
magistratura uomini di grande caratura democratica: Costa procuratore
della Repubblica, Rocco Chinnici a capo dell’Ufficio Istruzione del
Tribunale (posto a cui non era riuscito ad approdare Cesare Terranova
perché “preventivamente” ucciso dalla mafia), con grande scandalo dei benpensanti che
urlavano all’instaurazione della “via giudiziaria al socialismo” quando,
invece, si trattava di magistrati di estremo rigore professionale, protagonisti
dell’affermazione di principi democratici scolpiti nella Costituzione. Costa
opera una sterzata alle abitudini della Procura e inizia una lotta serrata
all’alta mafia, con indagini che non si erano mai viste che puntano verso
i sancta sanctorum della finanza e dei traffici di
stupefacenti. Un’attività che gli aliena le simpatie di gran parte dei
colleghi, assuefatti a ritmi e usanze che troviamo ben descritte con nomi,
cognomi e dovizie di particolari nei diari di Chinnici, il quale, anche lui,
sta operando un’analoga rivoluzione nell’Ufficio istruzione dove con felice
intuizione, e non senza difficoltà, crea il pool antimafia.
Costa trova una sponda investigativa nel questore Vincenzo Immordino (1), inviato, pochi mesi prima del suo pensionamento, a dirigere la questura di Palermo, dove, a dargli il benvenuto, arriva l’omicidio del presidente della Regione Pier Santi Mattarella […]
(1) Funzionario di provata esperienza dimostrata nelle
province di Trapani e Reggio Calabria. In quest’ultima sede aveva assestato
duri colpi alla ‘ndrangheta ed era stato artefice della cattura del terrorista
neonazista Franco Freda autore di cruenti attentati e, in particolare, della
strage di Piazza Fontana del 1969.
Da parte del Prof. Michelangelo Ingrassia, Docente di Storia dell’Università degli Studi di Palermo, riceviamo e con grande piacere pubblichiamo l’articolo dal titolo “Mafie: una criminale potenza economica. Riflessioni in onore di Giuseppe Casarrubea”.
Mafie: una criminale potenza economica
La cattura di Matteo Messina Denaro, così come già quelle di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, non ha provocato quel risveglio di coscienza civica sul tema della lotta alla mafia, necessario dopo oltre trent’anni di retorica revocatrice rivolta – parafrasando Leonardo Sciascia e il suo noto articolo sui professionisti dell’antimafia – contro “la mafia in sé” e raramente interrotta da studi e analisi capaci di investigare su “quel che si pensa la mafia sia e perché”. Nel dibattito pubblico ha invece fin qui prevalso l’interesse per il mafioso come soggetto tipologico, la polemica sulla durata della pena e la modalità di restrizione carceraria (dall’ergastolo ostativo al 41 bis), la controversia sull’eterno complottismo. Un dibattito dominato da un sensazionalismo e da un’enfasi mediatica (altrimenti detta pettegolezzo) che rendono impraticabili il rilancio del processo di crescita civile del valore dell’antimafia nell’opinione pubblica, la diffusione di una più forte e consapevole mobilitazione antimafiosa nella società, la destabilizzazione degli equilibri istituzionali e di potere economico e politico di cui pure la mafia si nutre di là da ogni possibile o improbabile trattativa. Rimane in ombra così, giunti nel Ventunesimo secolo, la questione di una ridefinizione della mafia, oggi più che mai da affrontare in opposizione al tentativo di semplificazione o banalizzazione del male da ritenere plausibilmente in corso.
È in
questa prospettiva che qui si proverà a ricostruire una particolare
interpretazione del fenomeno mafioso, considerato come fenomeno economico prima
che politico e come pluriverso piuttosto che universo criminale (da qui il
contrasto singolare/plurale che compare nel titolo). Un’interpretazione che si
richiama alla categoria della borghesia mafiosa menzionata dal Procuratore della
Repubblica Maurizio De Lucia e già elaborata negli anni Settanta del Novecento
da Mario Mineo e Umberto Santino ma frettolosamente obliata dalla discussione
politica e sbrigativamente liquidata perfino da taluni ambienti accademici come
frutto tossico di vecchi ideologismi; esemplare il caso dello storico Salvatore
Lupo, che etichetta come “suggestione” che “non aiuta nella necessaria
distinzione tra i vari elementi costitutivi del network mafioso”, il concetto
di borghesia mafiosa.
Naturalmente
parlare di borghesia mafiosa non significa criminalizzare in blocco una classe
sociale ma individuare soggetti e relazioni che dall’interno e dall’esterno di
un sistema criminale operano in combutta nella realtà per specifici ed
egoistici interessi e profitti.
Una e molteplice
L’elemento
dominante nella storia della mafia è il mistero. Misteriosa è l’origine della
parola: spagnola secondo alcuni studiosi, araba per altri. Misteriosa è la data
di nascita dell’organizzazione, tanto che lo storico Pasquale Villari scrisse
addirittura che la mafia si era originata per germinazione spontanea. Il
mistero delle origini ha sedimentato nel tempo ambiguità, incertezze, equivoci
che hanno reso complicate le indagini storiche sulla mafia. Sintomo di questa
complessità è la definizione ambigua ed equivoca data della mafia da uno dei
principali protagonisti della storia politica italiana: Vittorio Emanuele
Orlando, il “Presidente della Vittoria” nella prima guerra mondiale, il quale
in un comizio tenuto a Palermo in occasione delle elezioni amministrative del
1925 si dichiarò mafioso intendendo per mafia: “il senso dell’onore […]
l’insofferenza contro ogni prepotenza […] la fedeltà alle amicizie”.
Contrapponendo una definizione positiva della mafia a un’altra negativa,
Orlando avallava l’esistenza di due diverse mafie: una buona, che esprimeva i sentimenti
dell’anima siciliana; l’altra cattiva, che organizzava il malaffare e la
malavita.
La
dichiarazione di Orlando non deve sorprendere. Essa riflette una concezione
consolidata in alcuni ambienti popolari e culturali. Luigi Capuana, per
esempio, nel suo libro La città del sole,
scriveva che della mafia criminale egli non aveva mai visto traccia; ancora
oggi, in alcuni rioni e paesi dell’Isola, sopravvive l’idea di una mafia
antica, giusta e buona, diversa dalla mafia nuova che uccide donne e bambini.
Questo
stato confusionale deriva proprio dall’incertezza delle origini del fenomeno
mafioso. Il mistero, l’ambiguità, la confusione che circondano la mafia hanno
contribuito a renderla una forza invisibile e dunque indecifrabile. Nella
bibliografia e nella cinematografia sulla mafia si confondono una mafia vecchia
e una mafia nuova, una mafia di ieri e una mafia di oggi, una mafia borghese e
una mafia proletaria, una mafia nel mondo delle imprese e una mafia nel mondo
contadino, una mafia politica e una mafia impolitica. Così diventa un’ardua
impresa scrivere o parlare di mafia, far capire la mafia nella sua essenza
intima, far comprendere i reali processi storici che hanno fatto della mafia
uno dei più inquietanti e radicati sistemi di potere del nostro tempo; si corre
il rischio di cadere nei luoghi comuni o nella retorica che alla fine
normalizzano tutto: anche una forza segreta e selvaggia come la mafia.
Forse
il segreto della mafia non va ricercato nelle sue origini e neppure nelle sue
cause. In questa situazione, soffermarsi sulla definizione storica di “mafia” è
utile ma non più sufficiente. Non basta chiedersi “che cosa è la mafia”; è
necessario trovare la risposta a un’altra domanda: a che cosa serve la mafia?
Lo
scopo della mafia è di accumulare la ricchezza sottraendola con la prepotenza e
con l’astuzia ad altri: alla collettività, allo Stato, alle famiglie, alle
imprese; trasformando in fonte di ricchezza ciò che può essere nocivo alla
comunità: le scorie tossiche, i rifiuti, la droga, le armi, la
cementificazione. Per accumulare ricchezza è necessario controllare e dominare
il territorio: la campagna, la città, il mercato.
Se
la mafia serve ad accumulare le diverse forme della ricchezza e a dominare i
diversi ambiti in cui si produce ricchezza ciò significa che essa è un sistema
unico che però si articola in molteplici forme; così come la ricchezza è una ma
prodotta da molteplici fattori.
La
mafia, dunque, è un fenomeno sociale indissociabile dalla ricchezza. La sua
formazione e i suoi sviluppi coincidono con le vicende di un potere ben
identificato: il potere economico. Se ne deve dedurre che le diverse forme di
accumulazione della ricchezza sono indissolubilmente legate alle diverse forme
della mafia e viceversa. Ecco spiegato perché nel corso della storia si trovano
diverse mafie che costituiscono tutte un unico e solo sistema criminale la cui
ragion d’essere è nel potere economico e nelle sue cicliche trasformazioni.
Per
storia della mafia si deve intendere, dunque, la storia delle mafie che
rappresentano le molteplici maschere di un volto cinico e spietato: quello di
una criminale potenza economica.
Le mafie in azione
L’esordio
di questa criminale potenza economica avviene nelle campagne siciliane in un
momento cruciale: quello del passaggio dal feudo al latifondo, che determina
una timida modernizzazione dell’economia agricola. La mafia, in termini
storici, scaturisce dalla dissolvenza della struttura feudale e dalla nascita
di un’economia agraria connessa alla gestione del latifondo. Per tutto
l’Ottocento il gabelloto e il campiere, che amministrano per conto del
proprietario il latifondo, esercitano il dominio del territorio e accumulano un
patrimonio personale di tutto rispetto entrando lentamente a far parte della
borghesia agraria. Questa mafia agraria “alta” si espande nello stesso momento
in cui si sviluppa una mafia “bassa” attraverso il mercato nero e lo
sfruttamento dell’abigeato.
Naturalmente
“alta” e “bassa” mafia agraria vedono nel movimento contadino che reclama il
diritto alla terra, un nemico da abbattere. Con il conflitto scatenato contro
gli esponenti del movimento sindacale agricolo, la mafia protegge
l’aristocrazia agraria e tutela i propri interessi economici. Questa protezione
consente alla mafia di relazionarsi con la stessa aristocrazia determinando
così un’alleanza strategica tra mafiosi e aristocratici che assicurerà una
stabilizzazione politica moderata e liberale. Tutto ciò favorisce il dominio
del territorio e l’accumulazione di ricchezza.
Accumulazione
e dominio che proseguiranno anche sotto il fascismo. Mussolini, infatti,
colpirà la bassa mafia ma si assicurerà il consenso del ceto agrario
latifondista all’interno del quale sopravviveva la borghesia mafiosa.
Nel
secondo dopoguerra la mafia, che aveva avuto un ruolo determinante nel sostegno
dello sbarco angloamericano e nella gestione dell’amministrazione alleata in
Sicilia, si evolve all’ombra del mutamento economico. Negli anni Cinquanta e
Sessanta del Novecento, il centro di gravità permanente dell’economia siciliana
si sposta dalle campagne alle città attratto dall’affare della ricostruzione.
Avviene sullo sfondo il passaggio dalla mafia di campagna alla mafia di città,
che coincide con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno che apriva
ovunque a lucrosi intrecci di speculazioni private con elargizioni pubbliche.
La borghesia agraria mafiosa può investire nella modernizzazione delle città e
dominare il flusso finanziario della Cassa per il Mezzogiorno. L’espansione di
Palermo, con la costruzione di nuovi quartieri e di moderni palazzi, è opera
prevalentemente della mafia urbana. E tuttavia, accanto alla mafia di città,
convive la mafia di campagna. Certo, con la riforma agraria e con la vittoria
del movimento contadino scompare il latifondo. Ma la mafia non abbandona
definitivamente le campagne. Essa, adesso, si collega alle modalità di
produzione e di commercializzazione dei prodotti agricoli e alla mediazione tra
i produttori e il mercato. Sono gli anni in cui il potere economico, per
l’intreccio di investimenti privati e finanziamenti pubblici, infittisce le sue
relazioni con il potere politico. La mafia, che in passato ha già avuto
interlocutori di livello politico e che dopo la strage di Portella della
Ginestra è diventata soggetto cardine dell’anticomunismo, come ha dimostrato
Giuseppe Casarrubea con i suoi decisivi studi sul dramma storico del primo
maggio 1947, stringe adesso i rapporti con il mondo della politica espandendosi
come fiume in piena negli enti locali. Nel circuito politico locale, infatti,
si svolgono numerose e fruttuose attività economiche senza grandi rischi e senza
il bisogno di grandi capacità imprenditoriali. Le commesse pubbliche, gli
appalti, la riscossione di tributi, sono giganteschi affari che la mafia non si
lascia sfuggire.
Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento, la borghesia mafiosa accumula ricchezza sul fronte dell’impresa, dei lavori pubblici, dell’edilizia pubblica e privata e su quello dei nuovi traffici illegali. Il comparire della droga assicura ingenti finanziamenti che sono riciclati attraverso gli investimenti. Contemporaneamente si sviluppa l’estorsione attraverso il pizzo imposto all’imprenditoria, ai commercianti, a chiunque eserciti un’attività economica virtuosa. Lo spaccio della droga e l’estorsione, oltre alla gigantesca accumulazione di denaro, offrono la possibilità di dominare sistematicamente il territorio.
Con
questa ingente massa di denaro, la mafia si presenta all’appuntamento con
l’ulteriore svolta del potere economico: quella della globalizzazione
finanziaria.
Nel
circuito finanziario globale gestito dai titani delle grandi multinazionali
industriali e bancarie, sono investiti e riciclati i proventi della mafia.
Negli anonimi consigli d’amministrazione di questi colossi finanziari non è
facile distinguere il confine tra legalità e illegalità. Su questo punto si
concentrano le ultime indagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e
l’allarme lanciato a suo tempo da Giancarlo Caselli e Pietro Grasso.
Giuseppe Casarrubea e la borghesia mafiosa
europea
Nell’Europa tramutata dalla globalizzazione si determina la composizione di una borghesia mafiosa secondo lo schema già collaudato in Italia. Lo spiega lo storico Giuseppe Casarrubea per il quale “la mafia, dopo il ’92 e il mutamento della geografia politica dell’Est europeo e del mondo, ha allargato i suoi orizzonti […] si è, da un lato, internazionalizzata e, dall’altro, capillarizzata socialmente”. Con il crollo del muro di Berlino e il dissolvimento dell’Unione Sovietica, la mafia, così come il capitalismo, revisiona le sue strategie politiche e sociali. Casarrubea indica nell’epicentro sismico del 1993 il momento cruciale di questo profondo ripensamento e adeguamento alla nuova carta geopolitica e geoeconomica dell’Europa. Egli osserva che “il capitalismo ha stravolto la faccia dei Paesi dell’Europa orientale, sperimentando forme di borghesia mafiosa in Ungheria, Albania, Croazia e in altri Paesi dell’ex Jugoslavia. E nella Russia”. Da qui muove l’espansione in grande stile della mafia nel vecchio continente; ed è, quella mafiosa dell’Est, una borghesia – scrive Casarrubea – connessa con gli Stati: “un fenomeno analogo è avvenuto in Italia, dove però la saldatura degli interessi tra Stato e Mafia è avvenuto in un percorso abbastanza lungo, risalente alle stesse origini della Repubblica”. Ancora una volta una sintesi di vecchio e nuovo, all’ombra del capitalismo che si rinnova.
La zona grigia e i colletti bianchi
La
storia della mafia, una e molteplice, costituisce l’eredità più pesante trasmessa
dal passato al nostro Paese nel nostro tempo. Un’eredità con cui bisogna fare i
conti anche in questo Ventunesimo secolo. Nonostante tutto, quello della mafia
è un problema ancora irrisolto, che va continuamente analizzato, studiato,
contrastato, perseguito. Né va spenta la fiaccola del ricordo di ogni singola
vittima della mafia: uomini, donne, bambini, imprenditori, intellettuali,
politici, preti sindacalisti, servitori dello Stato, trucidati in agguati,
attentati, stragi; nomi, date ed eventi luttuosi che rendono onore a una
Sicilia e a un’Italia che non si è mai arresa e che inchiodano in una colonna
infame gli spietati esecutori e i cinici mandanti di ogni delitto. La storia,
però, non serve soltanto a ricordare e a celebrare i martiri e le loro eroiche
battaglie e a condannare i carnefici. La comunità ha bisogno della storia per
agire e lottare nel presente, per individuare il fronte sul quale combattere
l’eterno nemico il quale ha la capacità gattopardesca e camaleontica di fingere
di cambiare tutto senza cambiare nulla e di adattarsi al mutare dei tempi.
Bisogna
prendere storicamente atto che c’è una logica economica nell’evoluzione e nella
trasformazione della mafia, è la logica dell’accumulazione della ricchezza e
del dominio dei mezzi di produzione della ricchezza, dalla terra al mercato
azionario: la mafia di campagna nell’età del capitalismo agricolo, la mafia di
città nell’età del capitalismo industriale, la mafia del mercato nell’età del
capitalismo finanziario.
Rientra
in questa logica economica di dominio e di accumulazione la necessità di
allearsi con il potere politico; la necessità di spazzare via con la violenza
tutti gli ostacoli sindacali, giudiziari e normativi; la necessità di
controllare il territorio non soltanto con la paura e il terrore ma utilizzando
anche la trasposizione dei codici culturali siciliani con il fine di creare una
cultura parallela: appunto la cultura mafiosa. Dietro l’impressionante sequenza
di misfatti e crimini mafiosi, dietro gli stretti legami tra mafia e politica,
si nasconde l’arricchimento smodato dei cosiddetti “uomini d’onore” perseguito
con il controllo sulle attività commerciali tramite il pizzo, con il controllo
sugli appalti, con il controllo sui settori in espansione (dalle costruzioni
alla finanza passando per la grande distribuzione e la logistica), con il
contrabbando e la gestione dei traffici illegali. Non è un caso che la mafia
abbia subìto dure sconfitte ogni volta che sono state colpite le sue attività
economiche e finanziarie: dalla legge sulla riforma agraria alla legge sulla
confisca dei beni mafiosi firmata da Pio La Torre e Virginio Rognoni; e già
all’inizio degli anni Settanta del Novecento Mario Mineo, dirigente siciliano
della Nuova Sinistra, aveva proposto un disegno di legge d’iniziativa popolare
per l’espropriazione della proprietà mafiosa.
L’evoluzione
della mafia riflette l’evoluzione del capitalismo. Le varie fasi del
capitalismo fanno da sfondo alle diverse forme assunte dalla mafia.
Accumulazione e dominio sono le caratteristiche storiche del capitalismo,
l’arricchimento il suo fine, la conquista e il controllo del mercato il suo
metodo; caratteristiche, fine e metodo che ritroviamo nel fenomeno della mafia.
Il capitalismo, come la mafia, ha bisogno della sua politica e della sua
cultura. Il capitalismo è insofferente verso le regole, la mafia le rifiuta, la
politica liberista della deregolamentazione favorisce entrambi. Se il
proprietario terriero di ieri lo ritroviamo oggi seduto nella comoda poltrona
di un anonimo consiglio d’amministrazione di una multinazionale, il gabelloto
di ieri indossa oggi un colletto bianco e inamidato.
Quali
conseguenze dobbiamo trarre da questo parallelismo storico? È necessario
aggiornare la visione e la conoscenza che abbiamo ancora oggi della mafia. Essa
non è più rappresentata dal capomafia braccato che mangia cicoria. Certo, c’è
anche questo. Ma non solo. Continua a restare nell’ombra quella “zona grigia” e
dei colletti bianchi, dove opera silenziosamente la borghesia mafiosa di oggi.
È necessario puntare lo sguardo e l’indignazione civile in quella direzione.
Qui è opportuno restituire ancora una volta la parola a Giuseppe Casarrubea,
che già nel 2012 scriveva: “per capire cosa è la mafia oggi dobbiamo pensare a
Matteo Messina Denaro e al granitico blocco sociale che ha saputo costruire,
elevando a dismisura la potenza criminale di Cosa Nostra e migliorando il suo
già forte dominio degli apparati istituzionali e delle imprese economiche”.
Per
sconfiggere definitivamente la mafia forse è necessario fare i conti una buona
volta con il capitalismo.
Michelangelo Ingrassia
Riferimenti bibliografici
Alfio Caruso, Da cosa nasce cosa, Longanesi, Milano 2000
Giuseppe Casarrubea, L’ombra di Matteo Messina Denaro, in Antimafia Duemila, 14 maggio 2012
Mario Centorrino, L’economia mafiosa, Rubettino, Soveria Mannelli 1986
Marcello Cimino, La mafia come borghesia, in Segno, n. 10, 1980
Salvatore Lupo, Storia della mafia dalle origini ai nostri giorni, Donzelli, Roma 1996
Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia, Newton Compton, Roma 1997
Vito Mercadante, Storia ed antologia sulla mafia, Vaccaro, Caltanissetta 1984
Mario Mineo, Scritti sulla Sicilia, Flaccovio, Palermo 1995
Michele Pantaleone, Mafia e politica, Einaudi, Torino 1962
Umberto Santino, La borghesia mafiosa. Le relazioni di Cosa Nostra, Di Girolamo, Trapani 2023
Leonardo Sciascia, I professionisti dell’antimafia, in Corriere della Sera, 10 gennaio 1987
Il Centro Documentazione e Studi (Ce.Do.S.) “Gaetano Pensabene” ed il Patrimonio Documentario “Giuseppe Casarrubea” ricordano ai Lettori il prestigioso Seminario Studi organizzato dalla Cattedra di Storia Contemporanea del Corso di Laurea in Scienze dell’Educazione, Dipartimento di Scienze Psicologiche, Pedagogiche, dell’Esercizio Fisico e della Formazione (SPPEFF) dell’Università degli Studi di Palermo. Il Seminario avrà luogo martedì 29 novembre 2022 alle ore 16:00 presso la Sala Consiglio, piano 2, Edifico 15 del SPPEFF, Viale delle Scienze, Palermo.
Dopo i saluti Istituzionali del Prof. Gioacchino Lavanco, Direttore del Dipartimento SPPEFF, interverranno l’Avv. Antonino Pensabene, Presidente del Ce.Do.S., il Prof. Claudio Mancuso, Docente di Storia Contemporanea, Dipartimento SPPEFF, Università degli Studi di Palermo, il Dott. Sergio Prestanburgo, Direttore Territoriale INAIL Palermo – Trapani ed il Prof. Michelangelo Ingrassia, Docente di Storia Contemporanea, Dipartimento SPPEFF, Università degli Studi di Palermo
Ricorrendo l’ottantesimo anniversario della morte di Argentina Altobelli, prestigiosa Segretaria Generale della storica Federazione Nazionale dei Lavoratori della Terra, il seminario si propone di approfondire la storia delle Lotte Sociali in Italia nel passaggio dall’Ottocento al Novecento e il ruolo svolto da Argentina Altobelli da sindacalista e da componente del Consiglio Superiore del Lavoro e della Cassa Nazionale Infortuni; in particolare nella tutela obbligatoria contro gli infortuni nel settore agricolo, introdotta nell’Ordinamento Italiano con il Decreto Legge Luogotenenziale del 23 agosto 1917 n.1450 di cui ricorre, peraltro, il cinquantesimo anniversario.
Antonella Azoti, figlia del noto sindacalista barbaramente assassinato a Baucina nel dicembre del 1946, ci ha recentemente lasciati. L’Archivio Storico “Giuseppe Casarrubea” e il Ce.Do.S. – Centro Documentazione e Studi “Gaetano Pensabene” porgono le più sentite condoglianze alla famiglia.
Pubblichiamo un breve e toccante ricordo scritto da Michelangelo Ingrassia, Direttore del Centro Documentazione e Studi “Gaetano Pensabene” e docente di Storia presso l’Università degli Studi di Palermo. A seguire, una video intervista curata dalla prestigiosa Fondazione Argentina Altobelli con una dichiarazione del suo Vice Presidente, Dott. Stefano Mantegazza.
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Antonella Azoti
Sulle ceneri di Antonella Azoti Ricordo Antonella Azoti la sera in cui si inaugurò la sede del Centro Documentazione e Studi Gaetano Pensabene. Era presente anche Maurizio Casarrubea. Ricordo che, fermandoci a conversare, ci soffermammo sul fatto che Nicolò, il padre di Antonella, e Giuseppe, il nonno di Maurizio, erano stati entrambi falegnami, comunisti e sindacalisti e che entrambi, trucidati dalla mafia, avevano lasciato figli in tenera età. Figli che si erano poi arruolati in quell’esercito di insegnanti che, per Gesualdo Bufalino, avrebbero sconfitto la mafia. Convenimmo che non si trattava di coincidenze dovute al caso bensì alla volontà degli uomini e delle donne, perché non è per caso che si diventa mafiosi o sindacalisti e non è per caso che si sta dalla parte della giustizia sociale o dell’illegalità. Ed è sempre una questione di volontà studiare un fenomeno criminale come la mafia o praticare un uso pubblico della storia antimafiosa. Nel ricordo di Giuseppe Casarrubea e sulle ceneri di Antonella Azoti penso che dobbiamo anche all’impegno di Antonella nell’uso pubblico della storia e alla ricerca storica di Giuseppe, lo storico della strage di Portella della Ginestra, la sconfitta culturale della mafia, che oggi non è più nella mentalità quotidiana e soprattutto nelle aule scolastiche e universitarie quella cosa siciliana che faceva anche cose buone, che non uccideva donne e bambini e che manteneva la quiete nei paesi e nei rioni della Sicilia. Motivo in più per essere degni del ricordo di Giuseppe Casarrubea e di Antonella Azoti, che ci ha lasciati domenica 16 gennaio.
Michelangelo Ingrassia
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Fondazione Argentina Altobelli
La Fondazione Argentina Altobelli pubblica una video-intervista ad Antonella Azoti
Il vice-presidente della Fondazione Stefano Mantegazza sottolinea
come “Antonella è stata per la Fondazione e per tutta la Uila un importante
punto di riferimento. Il suo coraggio, la sua forza e il suo entusiasmo ci
hanno affascinato e contagiato. Abbiamo deciso di pubblicare questa intervista
non solo per ricordarne la sua alta figura ma anche per proseguire nel lavoro
di informazione che Antonella ha condotto fino all’ultimo”.
Nell’intervista, Antonella Azoti ripercorre la triste storia
dell’assassinio del padre Nicolò, avvenuto per mano mafiosa quando lei aveva
quattro anni; spiega i motivi e le modalità con cui si è svolta la strage
ignorata di oltre 50 sindacalisti agricoli nel breve lasso di tempo tra il 1944
e il 1948; rivela la sua vicenda personale, la sua lunga sofferenza e poi, nel
1992, il “risveglio della memoria” che l’ha portata, nel corso degli anni, a
raccontare a decine di migliaia di italiani, in particolare studenti, la storia
di quegli anni bui e i valori della legalità e della democrazia.
Riceviamo e con piacere pubblichiamo il seguente articolo del Prof. Michelangelo Ingrassia dell’Università degli Studi di Palermo
–
Auguri alla Camera del Lavoro di Palermo che compie centoventi anni. Fondata nello stesso anno in cui Giuseppe Pellizza da Volpedo terminò la sua celebre opera “Il quarto stato”, essa ha ispirato e scortato il cammino dei lavoratori palermitani dai conflitti di classe dell’età giolittiana ai conflitti d’interesse del secondo dopoguerra passando per le battaglie sociali e politiche contro il fascismo. Centoventi anni di storia in cui si coglie il riverbero dei grandi momenti biografici del sindacalismo italiano: l’epoca passionale e ideologica della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) e l’epoca razionale e pragmatica della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (Cgil), che fu unitaria prima e plurale poi, con la costituzione nel 1950 di Cisl e Uil.
L’inaugurazione della Camera del Lavoro di Palermo avvenne
il primo settembre 1901. È possibile rivederne ancora oggi i momenti principali
attraverso la cronaca del giornale “Avanti!”, quotidiano del Partito Socialista
Italiano, comparsa sull’edizione di lunedì 2 settembre 1901: la sfilata dei
«diecimila operai con settanta gonfaloni in via Maqueda diretti al Politeama»;
«lo spettacolo commovente, indimenticabile» dei socialisti che al passaggio del
corteo gridano «viva la Camera del lavoro e gli operai di Palermo» e «i
lavoratori di ogni arte che rispondono alle grida unanimi»; infine la cerimonia
conclusiva: «più di ventimila persone sono affollate al Politeama. Massimo
ordine. Presiede l’operaio Lombardo, che parla per primo meravigliosamente.
Segue il Sindaco Tasca Lanza, applaudito. Accolto da grande ovazione, il
compagno Garibaldi Bosco chiude, con un ispirato discorso, l’indimenticabile
solennità. Questa sera avrà luogo un grande banchetto operaio».
Dieci anni prima, tra il 1891 e il 1893, altre
manifestazioni simili si erano avute a Torino, Piacenza, Roma, Brescia,
Firenze, Venezia, Padova e altre città ed era già stato celebrato il primo
congresso nazionale delle Camere del Lavoro. Era stato Osvaldo Gnocchi-Viani a
fondare in Italia, a Milano, la prima Camera del Lavoro. Nate a fianco delle
Società Operaie di Mutuo Soccorso, che spesso aderivano a esse, le Camere del
Lavoro studiavano le condizioni generali del lavoro, garantivano la tutela
legale dei lavoratori, vigilavano sull’applicazione della legislazione sul
lavoro femminile e minorile, servivano d’intermediaria tra l’offerta e la
domanda di lavoro, rappresentavano presso le pubbliche amministrazioni i
bisogni delle masse operaie e contadine. A queste funzioni iniziali si
aggiunsero, dopo le furibonde lotte sociali di fine Ottocento, azioni di
resistenza e compiti di sostegno alle mobilitazioni operaie, di direzione delle
agitazioni operaie, di promozione della sindacalizzazione mentre si
costituivano, proprio tra il 1901 e il 1906, le prime federazioni di categoria
e si strutturava per la prima volta in Italia una vera e propria organizzazione
sindacale. In quei primi anni del Novecento, dunque, e fino all’avvento del
fascismo, aveva preso forma in Italia una vera e propria filiera sociale che
schierava in rappresentanza e a sostegno dei lavoratori: Società Operaie,
Camere del Lavoro, Sindacato e movimenti politici.
Anche in Sicilia e a Palermo la storia delle Camere del
Lavoro seguirà queste tendenze ma con caratteristiche storiche e politiche
specifiche e originali ispirate dal singolare contesto siciliano. Del resto,
come ha scritto Antonio Gramsci, la Sicilia, dopo cinquant’anni di vita
unitaria, dimostrava di avere vissuto una vita propria di carattere più
nazionale che regionale. In questo senso la Camera del Lavoro di Palermo, e il
Cameralismo siciliano, hanno caratteristiche proprie: a Palermo e in Sicilia le
Camere del Lavoro nascono dalla fucina dei Fasci Siciliani dei Lavoratori,
dalle lotte fascianti represse nel sangue, dalla visione sociale e politica,
culturale ed economica di personalità come Rosario Garibaldi Bosco, Bernardino
Verro, Nicola Barbato. È in questa fucina che si temprano le nuove generazioni
che si pongono alla testa del movimento dei lavoratori, ben rappresentate da
Giovanni Orcel nelle fabbriche e Nicolò Alongi nelle campagne; entrambi
animatori della Camera del Lavoro di Palermo, impegnati teoricamente e
praticamente a propugnare il conflitto. Altro ma non secondario elemento
distintivo è che la Camera del Lavoro di Palermo, a differenza delle Camere del
Lavoro d’Italia, deve fronteggiare non soltanto il padronato ma anche la mafia,
volenterosa carnefice del padronato stesso. Il tragico destino di Orcel e
Alongi è, anche in questo caso, emblematico.
Questi tratti storici specifici, tipicamente siciliani,
della Camera del Lavoro di Palermo e del Cameralismo siciliano sono ben
evidenziati dalla storiografia siciliana: i volumi di Renda, Marino, Ganci, Brancato;
l’opera di Casarrubea e di Oddo; gli studi di Paternostro; le ricerche di
Francesco Petrotta, curatore di una monografia intitolata «Cronache della
fondazione della Camera del Lavoro di Palermo». La produzione editoriale stessa
della Camera del Lavoro di Palermo è portatrice di una connotazione
gramscianamente particolare: «Le condizioni dei lavoratori in un grande
stabilimento industriale: il Cantiere Navale di Palermo» (1958); «La condizione
operaia nell’industria palermitana» (1959); «Storia della Camera del Lavoro di
Palermo: lotte operaie e contadine nel primo ventennio del secolo» (1981).
Dopo gli auguri, quale auspicio trarre dalla celebrazione di
questi centoventi anni di storia, dato che il ricordo senza una prospettiva
corre il rischio d’isterilirsi, come avvertiva Leonardo Sciascia, in una «cosa
solennemente morta»?
La Camera del Lavoro fu fondata nel 1901, l’anno del primo
autunno caldo, come l’ha definito Pippo Oddo in un suo recente saggio; il 1901
è anche l’anno di fondazione della Fiom e della Federterra, che a Palermo e in
Sicilia portano il nome di Orcel e Alongi, i quali si battevano materialmente
per unire in un fronte unico e unito operai e braccianti per dare una svolta e
nuovo slancio vitale al conflitto sociale. Nell’odierna realtà, che vede
ripiombare i lavoratori e le lavoratrici nelle condizioni di ceto subalterno,
il lavoro in merce, con una legislazione sociale smantellata e i diritti
sociali annichiliti, è tempo di rilanciare l’unitarietà nel conflitto: in ogni
posto di lavoro, in ogni istituzione ove vi sia una rappresentanza di
lavoratori, in ogni piazza. Non è a rischio solo l’eredità sociale del passato
ma anche le poche conquiste del presente e il diritto a un futuro di giustizia
sociale.
Michelangelo Ingrassia
Articolo pubblicato sul giornale online Esperonews
(www.esperonews.it), 1 settembre 2021
Il Professor Mauro Canali, apprezzato autore di notevoli studi sul fascismo e sul delitto Matteotti, è a Palermo per visionare documenti d’archivio utili per il suo prossimo libro. Tra le carte consultate, alcune appartengono all’Archivio dello storico siciliano Giuseppe Casarrubea, conservato nella sede del Centro Documentazione e Studi Gaetano Pensabene, presieduto dall’avvocato Antonino Pensabene.
Mauro de Mauro
“Il Professor Canali sta conducendo ricerche su Mauro De Mauro e sulla sua attività nella Repubblica fascista di Salò”, dice Michelangelo Ingrassia, Direttore del Centro Documentazione e Studi Gaetano Pensabene, che ha accolto lo studioso. “L’attivismo fascista di De Mauro – spiega Ingrassia – fu oggetto d’indagine storica anche di Giuseppe Casarrubea, che raccolse un’importante documentazione sulle azioni clandestine in Sicilia di elementi della famigerata Decima Mas di Borghese, cui De Mauro era legato non solo politicamente”. Canali è stato accompagnato nella sede del Centro Studi Pensabene dal professor Maurizio Casarrubea, dell’Università di Palermo, figlio dell’indimenticato storico siciliano.
Lunedì 7 giugno 2021 alle ore 9.30 dalla sede della scuola Privitera del comune di Partinico (PA), alla presenza del Prof. Maurizio Casarrubea figlio dello storico scomparso nel 2015 e in collegamento da remoto con tutti gli istituti partecipanti, avverrà la premiazione del concorso “Le nostre radici nella microstoria”. A partire dalle 9.30 l’evento sarà trasmesso in diretta dall’emittente Radio Amica.
Giovedì 13 dicembre 2018 – ore 16.00, in via Imperatore Federico 60, Palermo, avrà luogo la Presentazione del Patrimonio Documentario “Giuseppe Casarrubea”, contestualmente alla inaugurazione del Ce.Do.S. “Gaetano Pensabene”.
Un tour emozionante in Sicilia – Di Fabrizio De Pascale
Cinque proiezioni in quattro giorni, a Partinico, San Cipirello, Palermo, Sciacca e Castelvetrano. Un piccolo “tour de force” per la Fondazione Argentina Altobelli, in giro per la Sicilia a presentare il concorso “Portella, i braccianti, la memoria”, rivolto agli studenti degli istituti superiori siciliani e a proiettare il docu-film “Una strage ignorata” che ripercorre le tristi vicende di circa 50 braccianti e sindacalisti agricoli uccisi dalla mafia in Sicilia, negli anni 1944-48 perché lottavano per dare la terra ai contadini, così come previsto dalla legge. Ma, insieme agli istituti scolastici, il docu-film è stato proiettato anche nella sede di Libera a Palermo, in piazza Castelnuovo, in uno dei tanti beni (un esercizio commerciale) sequestrati alla mafia e affidati ad associazioni e cooperative. Complessivamente alle cinque proiezioni hanno assistito circa 800 persone, di cui 600 studenti. E il dato più significativo, comune a tutte le proiezioni, è stato il silenzio assoluto nel quale gli studenti hanno seguito lo svolgersi degli eventi raccontati nel docu-film. Un segno inequivocabile dell’attenzione e dell’interesse suscitati. Attenzione e interesse manifestati anche dai mass media, con numerosi articoli pubblicati dalla stampa locale e diversi servizi video trasmessi sia dalle TV locali che dal TG regionale della RAI. Insieme a studenti, insegnanti e dirigenti, tante le personalità incontrate, prime fra tutti i parenti delle vittime della strage ignorata, che sono stati anche i protagonisti del docu-film e che hanno parlato con gli studenti: Antonella Azoti, Francesco Lo Iacono, Placido Rizzotto, Nicolò Miraglia e Maurizio Casarrubea. E insieme a loro giriamo per le scuole insieme agli autori del libro “Una strage ignorata” Pierluigi Basile e Dino Paternostro e ai segretari territoriali della Uila, Caterina Provenza, Antonio Pensabene, Giuseppe La Bua, Gero Acquisto e Tommaso Macaddino. Ma andiamo con ordine. La prima proiezione si è svolta a Partinico, il 25 gennaio, presso l’Istituto Carlo Alberto Dalla Chiesa. E qui la prima sorpresa: l’evento è stato preceduto dalla performance di Bruno Bonadonna, marito della dirigente scolastica dell’Istituto Laura Giammona, che ha eseguito, accompagnandosi con la chitarra e un cartellone pieno di immagini, il “lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali”, scritto da Ignazio Buttitta e musicato da Ciccio Busacca, un testo molto celebre in Sicilia che narra la storia di Salvatore Carnevale, bracciante e sindacalista socialista di Sciara (Pa) assassinato dalla mafia nel 1955. Tra il pubblico anche Pino Gagliano, Segretario della camera del lavoro di Partinico. Nel pomeriggio ci spostiamo a Palermo nella sede di Libera dove incontriamo altre vittime delle mafie e altre personalità ed esponenti della società civile. A fare gli onori di casa ci sono Lillo Gangi, coordinatore provinciale di Libera insieme a Chiara Cannella e Davide Mancuso in rappresentanza del centro Pio La Torre. Ma ci sono anche Augusta e Vincenzo Agostino, genitori di Antonino, agente di polizia ucciso insieme alla moglie Ida nel 1989 in circostanze ancora mai chiarite. Da allora, il padre Vincenzo non si taglia più né barba né capelli fin quando non si saprà chi e perché ha ucciso suo figlio. Incontriamo poi Maria Badalamenti, figlia di Silvio, a sua volte nipote di Don Tano Badalamenti, completamente estraneo alla mafia ma che venne ucciso nel 1984 per vendetta trasversale. Maria aveva allora 9 anni e la sua vita venne sconvolta. Non ha mai voluto lasciare la Sicilia e oggi ha scritto un libro “Sono nata Badalamenti” per raccontare la sua storia, vissuta in solitudine e schiacciata sotto il peso del suo nome. E sempre nella sede di Libera, incontriamo anche Pasquale Scimeca, regista del film Placido Rizzotto, Annamaria Nicosia, figlia di Mario testimone oculare della strage di Portella della Ginestra, protagonista del docu-film ma poi scomparso nel 2016; Isabella Giannola, amministratore giudiziario dei beni sequestrati al “gruppo Rappa” che ci chiede di poter trasmettere il docu-film su una rete televisiva, anch’essa sequestrata ai Rappa. Il giorno dopo ci spostiamo a San Cipirello, presso l’Istituto Basile dove, insieme alla dirigente Concetta Giannino, ci attende un gruppo di studenti molto preparati con i quali si sviluppa un confronto molto intenso. Il 30 gennaio siamo a Sciacca, presso l’Istituto Tommaso Fazzello, dove la proiezione è stata organizzata dalla scuola insieme alla Fondazione Accursio Miraglia. Qui, ad attenderci ci sono il sindaco di Sciacca Francesca Valenti e la dirigente scolastica Giovanna Pisano. Con noi c’è anche Nino Indelicato, presidente della Copagri di Agrigento. Ultima tappa a Castelvetrano, all’Istituto Cipolla. E anche qui un’altra sorpresa per chiudere in bellezza il nostro tour. Di fronte a un nutrito e qualificato pubblico, composto da oltre 200 studenti, i parenti delle vittime, i rappresentanti locali delle forze dell’ordine (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza) e i segretari regionale e provinciale della Uil, Pietro Lodico ed Eugenio Tumbarello, la dirigente scolastica Gaetana Maria Barresi ha pensato bene di far osservare un minuto di silenzio in memoria delle vittime della “strage ignorata” e di chiamare un ex studente dell’istituto appassionato di musica, Giuseppe D’Alberti, che ha suonato, appunto “il silenzio” con la sua tromba… Un emozione fortissima per tutti consumata in un’aula magna bellissima arredata con grandi e significativi dipinti. Poi tutti in silenzio a vedere il docu-film…
Riceviamo e rendiamo disponibile ai nostri Lettori il saggio “Portella della Ginestra, prova generale del doppio Stato”, scritto da Mario José Cereghino, e presentato in occasione del convegno “Portella della Ginestra. Alla radice del segreto italiano”. La giornata di studi, ideata e organizzata dall’associazione “Memoria e Futuro”, era dedicata allo storico Giuseppe Casarrubea (1946-2015) e si è svolta il 19 maggio 2017 ai Cantieri Culturali della Zisa, a Palermo. Il saggio viene ora presentato al Lettore nella sua versione integrale:
Nota: tutti i contenuti del saggio sono di proprietà intellettuale dell’Autore M.J. Cereghino. Per informazioni contattare l’Autore al seguente indirizzo: